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BRUNO LUNELLI: IL MITO DEL FERRARI

di Jacopo Nicolini


Bruno Lunelli non poteva sapere che stava raccogliendo un’eredità per andare di corsa verso il mito. Nel 1927 apre a Trento il primo banco di vini da asporto. Ma il demone si stava impossessando di lui. Più che lo zolfo andò verso l’anidride carbonica. Voleva assolutamente aver a che fare con lo Champagne Italiano. Infatti fino al 1947 le nostre bollicine potevano chiamarsi Champagne: “Champagne G. Ferrari Maximum Sec.Trento”. Quante volte aveva visto il cartellone della reclame, in stile liberty, con quella scritta. Rilevò la Cantina di Giulio Ferrari nel 1952 (700.000 lire annue di fatturato), sobbarcandosi un debito, tra prestiti bancari e cambiali, di 30 milioni di lire, pari a 5 anni del fatturato complessivo della Sua enoteca al centro di Trento. Un prezzo decisamente esorbitante, ma era l’unico modo per selezionare l’acquirente secondo il Commendator Ferrari il quale impose anche una clausola che gli garantì la presenza a vita nella cantina. L’azienda non poteva esser lasciata in mani “straniere”, in mani non trentine e che non avessero principalmente a cuore il progetto, il sogno di bollicine italiane di prestigio; la cantina bisognava meritarsela e Bruno Lunelli superò la speciale selezione, pagando tutte le cambiali fin dal 1954. Ora i figli e nipoti raccolgono i suoi frutti: chi diventa enologo, chi responsabile dei rapporti esterni e della comunicazione, chi gestisce la parte amministrativa. Oggi le bottiglie prodotte si stanno avvicinando a 5 milioni l’anno, arrivando a questi numeri grazie ad una progressione irresistibile. Ad oggi si può dire che il 27% del mercato in Italia è saldamente in mano ai Lunelli e con l’avvento dei giovani alla conduzione e con il marchio ben consolidato in Italia, si cerca di fare bere anche all’estero le bollicine trentine. L’idea è quella di fidelizzare il turista che arriva in Italia: assaggia i prodotti Ferrari e poi, tornando in patria, riesce a ritrovare lo stesso prodotto, risultato raggiunto per il mercato degli Stati Uniti, Russia,Giappone e Germania, ma bisogna allargare gli orizzonti: i prossimi obiettivi sono, infatti, India e Cina. I Lunelli credono fermamente che i primi a gettare le basi della spumantistica siano stati gli Italiani. Prima che Dom Perignon si dedicasse al metodo della rifermentazione in bottiglia, tal Francesco Sacchi, medico fabrianese, descrisse come in Italia, la produzione di spumante fosse praticata da ben 5 decenni prima, tutto raccontato in un prezioso testo stampato a Roma nel 1622, “De Salubri Potu Dissertatio” (Trattato del buon bere), di cui esistono 5 copie, 4 di proprietà di prestigiose biblioteche, la quinta acquistata all’asta da Sotheby’s a Londra proprio dalla famiglia Lunelli nel 1977. Sono tanti che hanno bevuto bollicine Ferrari a vario titolo per festeggiamenti, diletto, celebrazioni: Giovanni Paolo II, Elisabetta II, Juan Carlos, Pertini, Cossiga, Ciampi, Napoletano, Berlusconi, Nixon, Carter,Ferrari (quello del cavallino rampante), etc.. Tra coloro che si sono presi la briga di assaggiare Ferrari, spiccano quelli che hanno lasciato una traccia intangibile del loro passaggio: Guglielmo Marconi ed Enrico Fermi firmarono il menu della Colazione in onore di Sua Altezza Reale il Principe Umberto, nel 1930, dove si bevve Borgogna bianco e rosso, e spumante Ferrari. Fra tutte le riserve Ferrari quella che spicca maggiormente è la Riserva del Fondatore 1987: annata climaticamente regolare (spesso molto difficile), le piogge primaverili hanno preservato l’acidità dell’uva. Il giallo dorato ancora non riesce a farsi largo nel tessuto cromatico. Naso da grande vino della Borgogna, note di idrocarburi, intensa mineralità e poi biscotto, pane grigliato, tabacco, tè, humus, sottobosco, pere cotte, burro e miele. Certamente vino ricco, sassoso, fruttato e saporito che nonostante la sapidità chiude su toni morbidi e mielati.


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