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Il Cabernet Franc: antico vitigno

Testo di Jacopo Nicolini – Foto di M. G. Galli


In comune con il Cabernet Sauvignon, il Franc non ha solo una parte del nome, ma anche e soprattutto una stretta parentela genetica. Entrambi risalgono al ceppo comune della vitis biturica, a noi ben nota grazie agli immancabili scritti di Columella, che la descrive come proveniente dagli antichi e rigogliosi vigneti dell’Epiro, sulla costa adriatica orientale. Attraverso i commerci del porto di Durazzo sarebbe poi giunta in Italia, per poi continuare il suo cammino verso i porti della Francia meridionale e, da qui, nella regione spagnola della Rioja; da questa, infine, sarebbe passata in Aquitania e nella Valle della Loira. Dalla biturica derivano praticamente tutti i vitigni bordolesi, dai due Cabernet al Merlot, dal Malbec al Carmenère. Tra questi, però, il più antico sembra proprio essere il Cabernet Franc, dal quale, in seguito a incrocio spontaneo con il Sauvignon Blanc, si è sviluppato in epoca medievale il Cabernet Sauvignon. A Bordeaux, dove ormai rispetto a quest’ultimo è utilizzato in maniera molto più parca, trova la diffusione maggiore sui suoli calcarei di Sant- Emilion e i suoi campioni in Chateau Ausone e Chateau Cheval Blanc, con presenze medie che superano la metà del “blend” e con vette anche molto superiori in alcune annate. Dal punto di vista agronomico, il Cabernet Franc ha tempi diversi dal Cabernet Sauvignon, con un’epoca di germogliamento e di maturazione sensibilmente anticipata, da una a due settimane, a seconda dei climi. Da qui una predilezione per le zone più fresche, come la Valle della Loira, situata attorno al 47° parallelo. A Bordeaux, del resto, è considerato una sorta di assicurazione sulla vita, per la riduzione di rischi in epoca di allegagione e di vendemmia. Ha meno tannini, e in generale meno polifenoli, rispetto al cugino più blasonato, ma non è certo sguarnito. Ha un po’ meno colore e tende ad una maggior leggerezza al palato, ma sono tutte caratteristiche che possono diventare punti di debolezza o splendidi punti di forza a seconda del terroir. Del resto il Cabernet Franc è molto sensibile alle rese. Chi produce troppo rispetto alla potenzialità del sito avrà immancabilmente vini caricaturali, con una predominanza di note verdi al naso ed al palato, timbri che restano in barba a qualsiasi affinamento in bottiglia. Il giusto equilibrio in vigna, invece, può regalare grandi finezze, di frutta tendente al rosso, con qualche tocco floreale ed una netta predisposizione a raccogliere e trasmettere la mineralità al terreno, meglio su toni di roccia e grafite. I suoli che preferisce, almeno alla latitudine atlantica francese, sono abbastanza caldi e tendenti alla concentrazione, come quelli sabbiosi e pietrosi (in genere presenti a Bordeaux) o a tendenza calcarea (come nella stessa Saint-Emilion o nella Loira centrale). La sua diffusione, comunque, è assolutamente planetaria, grazie soprattutto al fenomeno della globalizzazione degli ultimi anni del secolo scorso, quando frotte di enologi hanno volato attorno al mondo portando con loro una cultura unica del vino, basata per i rossi essenzialmente sul modello bordolese-californiano. Possiamo trovare il Cabernet Franc in tutto il Nord-America, dove pure si ottengono vini a volte interessanti, ad esempio in Oregon o nella British Columbia, ma anche inaudite bizzarrie, come nei tanti Ice Wine della costa orientale Canadese. Ma la sua diffusione passa anche per il Cile, l’Argentina, Il Sud-Africa, la Nuova Zelanda e l’Australia, dove non mancano vini degni di attenzione, e paesi come la Cina o il Kazakistan. Discorso a parte per l’Italia, considerata per anni una della patrie del Cabernet Franc, con oltre 4000 ettari concentrati soprattutto nel Veneto. Una decina di anni fa però, attraverso lo studio del DNA, è stato dimostrato che si trattava del Carmenere, sconquassando le carte dell’Albo dei Vitigni e, quindi, dei disciplinari.


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