Odissea. Il canto delle Sirene
Di Maria Nicole Iulietto
“Alle Sirene giungerai da prima, che affascìnan chiunque i lidi loro con la sua prora veleggiando tocca. Chiunque i lidi incautamente afferra delle Sirene, e n'ode il canto, a lui né la sposa fedele, né i cari figli verranno incontro su le soglie in festa”.
Il canto delle Sirene. Non c’è esempio più eclatante del potere magico e ammaliatore della musica. La storia è nota a tutti: tra le mille peripezie che Ulisse deve affrontare nel suo viaggio di ritorno ad Itaca, lo attende quella delle Sirene, creature – metà uomo e metà uccello nella mitologia greca – che stregavano quei marinai che avessero avuto la sventura di passare vicino alla loro isola, dalla quale nessuno riusciva più a ripartire vivo. Messo a conoscenza di questo pericolo dalla maga Circe, Ulisse decide di proteggere i suoi compagni tappando loro le orecchie con della cera e di salvaguardare se stesso facendosi legare all’albero maestro della nave, in modo da poter ascoltare, lui solo, quel canto soprannaturale senza caderne vittima. Del resto, secondo la leggenda omerica, il canto delle Sirene era un incantesimo cui nessuno sarebbe altrimenti riuscito a sottrarsi, una voce cui ineluttabilmente si sarebbe dovuto dare ascolto. Ed è per questo, infatti, che ancora oggi noi chiamiamo ‘sirene’ il suono assordante che proviene da un’ambulanza o dalle auto della polizia: è un suono che si DEVE sentire. Ma cosa cantavano queste terribili Sirene? Di quel canto conosciamo solo il breve accenno fatto ad Ulisse nell’Odissea: “Vieni qui, Ulisse famoso, gloria grande degli Achei, ferma la nave, che tu ascolti la nostra voce: nessuno mai sulla nera nave passò qui oltre, prima di aver udito dolce voce dalla nostra bocca, ma lieto se ne torna e di molte cose esperto, perché noi conosciamo quante cose nell’ampia Troia gli Argivi e i Troiani soffrirono per volontà degli dei, e sappiamo quanto accade sulla terra feconda” (Odissea, XII, 184-191). Le Sirene conoscono l’eroe, la sua ambizione, la sua smania di vedere, di sapere. E quindi, sanno quali corde del suo animo far vibrare per incantarlo. Ne decantano la gloria, solleticano il suo narcisismo, gli promettono la conoscenza. Quello delle Sirene è quindi un canto di illusioni e di lusinghe, simbolo di tutto ciò che distrae dalla ricerca della verità, metafora delle insidie del mondo cui non sempre l’uomo riesce a sfuggire, abbagliato com’è dal luccichio dell’ambizione e dalla vanità. È un canto ‘personale’, ognuno ha il suo da ascoltare. Ulisse sembra riuscire, con l’astuzia, a scamparla. Ma è solo un’illusione. Perché l’eroe, nel tentativo di spingersi al di là delle colonne d’Ercole, morirà proprio per la sua stessa arroganza e per la sua folle mania di grandezza. A guardar bene, in questo episodio del dodicesimo libro dell’Odissea c’è già tutta l’essenza profonda di grandi capolavori della letteratura e del cinema, dal Faust di Goethe a “L’avvocato del Diavolo” di Hackford. Una storia che si ripete da millenni e rispetto alla quale è sempre utile fermarsi e riflettere.
|