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Siria, undici mesi di rivolta
La “Primavera Araba” non è mai sembrata così lontana


di Gabriele Principato


La rivoluzione siriana è giunta all’undicesimo mese, 5.400 sono state le vittime siriane calcolate dall’Onu, dall’inizio della rivolta a gennaio 2012. 7000 sono i morti secondo l’opposizione nel Paese. Mentre scrivo continuano i bombardamenti su Homs, città fulcro dell’opposizione al regime di Damasco. Centinaia di persone continuano a morire mentre Mosca e Pechino strizzano l’occhio al presidente Bashar al Assad, bloccando la risoluzione delle Nazioni Unite che appoggia la proposta fatta dalla Lega Araba di chiedere le sue dimissioni. Un’azione, questa di non deplorare la barbara caparbietà di Assad a conservare il potere, che non può essere compresa. Per giustificarla, Russia e Cina, si sono trincerate dietro quanto è avvenuto in Libia, rammentando come, all’epoca, gli fu promesso un intervento volto a limitare spargimenti di sangue ma non ad un rovesciamento di regime, che invece è proprio quello che invoca, oggi, la risoluzione sulla Siria. Un cambio di leadership a Damasco è un’ipotesi che ormai Mosca ha preso in considerazione, ma che non vuole ancora accettare, non essendo ancora sicura di potere mantenere la sua influenza sul futuro governo. La Siria infatti è fondamentale per Mosca, non solo perché è uno dei suoi ultimi importanti alleati in Medio Oriente, ma anche perché è sede della sua unica base navale sul Mediterraneo. Vi è anche un'altra ragione per la scelta che stanno facendo i russi, il sospetto, dilagante nel paese, che la rivolta siriana sia una macchinazione americana per allargare il loro ascendente sulla regione. Un’idea da piena guerra fredda, promossa e propagandata in Russia da gruppi di potere vicini a Vladimir Putin, per tentare di non perdere del tutto la credibilità che le dure contestazioni degli ultimi mesi stanno erodendo velocemente. Questo veto irragionevole di Mosca e Pechino, che ora costa la vita di molti siriani, uccisi dalla repressione del regime, quando, perché così sarà, il regime di Assad crollera (già adesso non controlla più tutto il paese), peserà come un macigno sui rapporti con il futuro governo di Damasco e con il mondo arabo stesso. La strategia messa in atto da Bashar al Assad sta riportando la Siria ai tempi del padre Hafez al Assad, di cui questi sta giocando la stessa strategia: isolamento ed allineamento con la Russia. Questa tattica oggi potrà funzionare, come è stato, nel Consiglio di sicurezza dell’Onu, dove Mosca ha diritto di veto, ma in un’economia globalizzata come quella attuale non può non fallire. Il malcontento sta dilagando anche nelle classi medie, a causa delle sanzioni che stritolano il commercio, riducono i beni di consumo e fanno salire alle stelle i prezzi, e presto, probabilmente, sarà proprio la situazione economica a minare il regime. Intanto, adesso, sta all’occidente ed alla Lega Araba agire, inasprire le sanzioni a Damasco, premere su Mosca e Pechino affinché capiscano il prezzo che rischiano di pagare con la loro scelta, decidere cosa fare con i ribelli e se armali, e provare a trasformare in un’alternativa di governo stabile e credibile i variegati gruppi di opposizione.


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