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ROMA, 15 OTTOBRE 2011
Un giorno nero per la democrazia


di Gabriele Principato


“[…] gruppi di incappucciati, armati di bastoni, spranghe e armi di fortuna si aggirano in mezzo alla folla, distruggono tutto quello che gli capita a portata di mano. A Piazza Tuscolo è stata presa d’assalto la sezione del Pdl, l’esterno imbrattato ed i simboli partitici distrutti, in Via Cavour ed in Via Labicana sono state date alle fiamme le automobili parcheggiate e sempre in questa strada è stata data alle fiamme, sembra con rudimentali bombe incendiarie, l’ex casa del la Finanza. Ovunque, dalla Stazione Termini a San Giovanni, passando per Piazza Vittorio, sono state sfondate le vetrine degli esercizi commerciali. In Via Merulana alcuni hanno tentato di dare fuoco ad una pompa di benzina della Tamoil, lì intorno sono stati incendiati i cassonetti della spazzatura. A San Giovanni, una delle principali zone degli scontri, è stato assaltato e dato fuoco ad un blindato della polizia. Dapertutto i marciapiedi sono stati divelti, trasformandone i sampietrini in proiettili mortali. Ci sono molti feriti, sia tra le forze dell’ordine che tra i manifestanti […]”. Questo scenario apocalittico di guerriglia urbana, tratto da una telefonata che ho avuto sabato con un collega che era nella Capitale, nei pressi degli scontri, se non parlasse di luoghi a noi noti sembrerebbe una cronaca lontana, di quelle insurrezioni di piazza tipiche dei Paes i del terzo mondo, nei quali la democrazia è una parola sconosciuta. Invece no, questa volta parliamo di casa nostra, tutto ciò infatti, come avrete visto in televisione e sul web o letto sui giornali, è successo a Roma, quando quella che era un’ordinata e pacifica manifestazione, parte di un movimento mondiale che in questi giorni, abbastanza ordinatamente, sta gridando la propria indignazione, si è trasformata in un momento di guerriglia. Non voglio dare giudizi su quello che è avvenuto, scadrei nella retorica, i fatti parlano da sé e credo sia inutile anche sottolineare la nuova pessima figura che abbiamo fatto con il resto del mondo, che sta vivendo ben diversamente questi momenti di protesta. Mentre mi raccontavano quello che stava succedendo e osservavo i f ilmati in diretta televisiva, mi veniva sempre più in mente la lettera che Roberto Saviano scrisse lo scorso dicembre ai ragazzi che erano scesi in piazza a mani festare contro il Governo; quelle parole adesso assumono un significato ancor più for te di allora e riescono ad interpretare a pieno il mio pensiero su questo folle sabato: “Chi ha lanciato un sasso alla manifestazione di Roma”, recitava la lettera, “lo ha lanciato contro i moviment i di donne e uomini che erano in piazza, chi ha assaltato un bancomat lo ha fatto contro coloro che stavano manifestando per dimostrare che vogliono un nuovo paese, una nuova clas se politica, nuove idee. […] I caschi, le mazze, i veicoli bruciati, le sciarpe a coprire i visi: tutto questo non appartiene a chi sta cercando in ogni modo di mos trare un’altra Italia. I passamontagna, i sampietrini, le vetrine che vanno in frantumi sono le solite vecchie reazioni insopportabili che nulla hanno a che fare con la molteplicità dei movimenti che sfilavano a Roma e in tutta Italia […] Poliziotti isolati sbattuti a terra e pestati da manipoli di violenti: è una scena che non deve più accadere. […] Ridurre tutto a scontro vuol dire permettere che la complessità di quelle manifestazioni e così le idee, le scelte, i progetti che ci sono dietro vengano raccontate ancora una vol ta con manganelli, fiamme, pietre e lacrimogeni. Bisognerà organizzarsi e non permettere mai più che poche centinaia di idioti egemonizzino un corteo di migliaia e migliaia di persone. Pregiudicandolo, rovinandolo. […]”. Sicuramente in tutto quello che è successo la politica ha una responsabilità grande, nessun partito sta riuscendo in questo momento di crisi globale a dare risposte concrete alla popolazione; ma certo non è la violenza, questa violenza cieca, che por terà ad un cambiamento, non c’è nulla di rivoluzionario in quello che è successo, si tratta solamente di atti criminali, non si cambia il mondo a colpi di spranghe, non si combatte il capitalismo sfondando vetrine. Ci troviamo in un momento storico molto pericoloso, peggiore per certi versi degli anni di piombo, quelli infatti nacquero e si svilupparono intorno a lotte ed ideali politici ben definiti. Oggi a muovere le piazze è un misto tra scoramento e disperazione, manca la memoria del passato, che non permette di ricordare ed imparare dai tanti, troppi errori che hanno fatto le generazioni che ci hanno preceduto, e manca ancora di più la prospettiva di un futuro da costruire ed un modello di mondo da realizzare. C’è solo un disagio attuale, grave e reale, causato dall’assenza di lavoro che accomuna giovani laureati o diplomati, trentenni e quarantenni, un disagio economico e sociale che troneggia nelle scritte sulle pareti imbrattate dei palazzi romani ‘conta solo adesso’, ‘oggi abbiamo vissuto’, ‘vendetta precaria’, ‘Affitto = ricatto occupa e resisti”, ‘tira le pietre non la cinghia’. Questo disagio, che impedisce di costruirsi un futuro, facilmente si tramuta in delusione, scoraggiamento e rabbia, ed è la cosa più pericolosa, perché rende le azioni imprevedibili. Tutto può succedere quando si lascia che decine di migliaia di persone sentano di non avere più nulla da perdere. Su questo dovremmo riflettere tutti, ed in particolare chi è nella posizione di tentare di cambiare le cose, perché il nostro Paese si trova sulla linea rossa, proprio lì, sull’orlo del baratro, ed è un attimo precipitare.


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