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La democrazia sanguina: Guantanamo

di Federica Mastroforti


Immagino la democrazia come un mare, l’oceano. Un’idea maestosa e imponente. Arriva un momento in cui tutte le grandi idee vengono come ferite, una voragine si apre nella loro apparente e perfetta compattezza, diventando sempre più profonda. Le squarcia. Questo è ciò che è successo agli Stati Uniti quando, dopo la pubblicazione di wikileaks di 759 documenti segreti sul carcere di Guantanamo, si è tornato a parlare della prigione situata a Cuba. Il campo di prigionia fu creato sotto l’amministrazione Bush, nel 2002, dopo l’attentato dell’11 settembre, con l’obbiettivo di rinchiuderci i potenziali terroristi afgani ritenuti affiliati delle forze terroristiche (in cui sono state incluse al Qaeda, Hamas, Hezbollah, i servizi segreti pachistani). Oggi nel carcere sono ancora rinchiusi 172 detenuti, l’amministrazione Obama ne ha liberati 240. Alcuni sono ancora in attesa di processo, altri, come Khalid Sheick Mohammed, considerato l’organizzatore dell’attentato alle Twin Towers, sono già stati processati. Oggi, dopo la morte di Osama Bin Laden, l’amministrazione Bush (in particolare l’allora segretario alla difesa Donald Rumsfeld e il giurista John Yoo) si è presa il merito di aver creato questo campo del terrore, e ha esaltato il ricorso alla tortura che vige nel carcere. Secondo loro, se non fosse stato per Guantanamo, gli Stati Uniti non avrebbero mai trovato il terrorista più ricercato del mondo. Questa tesi è stata smentita sia da ex dirigenti dell’intelligence sia da wikileaks: le informazioni che hanno reso possibile il ritrovamento sono state frutto di un intenso lavoro sui detenuti, non della rivelazione di uno solo, per di più torturato (Mohammed è stato sottoposto 183 volte al waterboarding - annegamento artificiale e controllato che causa gravi danni respiratori e polmonari). È inutile che i sostenitori di Guantanamo gonfino il petto orgogliosi: nessuna informazione è stata estorta con i metodi disumani che essi sostenevano. Chi ha trionfato in tutta questa vicenda è stato Barack Obama. Colui che ha vietato le “tecniche di interrogatorio estreme”, verrà ricordato per aver eliminato il nemico numero uno; ma se con un orecchio Obama sente uno scroscio di applausi, con l’altro avverte il silenzio di una parte dell’opinione pubblica. Il presidente non è riuscito a chiudere del tutto la prigione, né a far luce sui detenuti scomparsi o suicidati; è necessario prendersi le responsabilità proprie di una potenza mondiale, far luce dove non c’è, a costo di inimicarsi i conservatori e i repubblicani. La verità va condivisa, non è né democratica, né repubblicana. Le ferite di cui parlavo prima non possono rimanere a lungo scoperte, rischiano di infettarsi. Bisogna curarle, proteggerle e sperare nella cicatrizzazione migliore.


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