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L'INFORMAZIONE FUORI DAGLI SCHEMI |
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“INONDAZIONE”: OVVERO ELOGIO DELLA SENSIBILITA’
di Fabio Ricci Gli psicologi dicono che quando parliamo comunichiamo molto più attraverso il corpo - gestualità, sguardo, tono della voce - che col significato delle parole. Tanto che - nel comportamento - non comunicare è impossibile, anche se volessimo tacere. Ancora i ricercatori affermano che la mente non razionale - ma sensazionale, emozionale, immaginativa e altro - funziona quantitativamente assai più di quella consapevole, anche se, ovviamente (e anzi, proprio per questo) non ce ne accorgiamo: vedi l’inconscio. E proprio l’attività della mente a minor controllo, risulta a basso consumo energetico rispetto all’intelletto, poiché non richiede la regolazione sistematica del calcolo e la disciplina della coscienza, che è una specie di vigilanza riflessa. Eppure consideriamo l’intelligenza logica normalmente (ed è già tanto) come affidabile e imprescindibile per sopravvivere e per il successo, ma non stimiamo altrettanto intelligentemente quelle risorse interiori spontanee, nascoste o segrete che valorizzano inestimabilmente la nostra vita: che ci occupano, ma di cui non ci occupiamo. Accettiamo infatti più volentieri di trascurare la dimensione estetica del vivere - viaggi, cinema, concerti, mostre - relegandola ad un ruolo di evasione o compensazione verso altri impegni, come la professione redditizia; o riserviamo alla dimensione emotiva, come l’affettività e la compagnia, grande apprezzamento ma pur sempre uno spazio separato e impermeabile. Anziché abbracciarci fra le nostre due metà: quella cosciente che si autoosserva e quella involontaria che non si conosce. L’educazione alla sensibilità (in quanti ci avevate pensato?) quasi mai arriva a diventare un obiettivo intenzionale e rimane tutt’al più un anelito latente, diversamente dall’aspirazione che riserviamo alle scienze esatte (tolleriamo meglio l’incapacità nelle discipline matematiche, o l’incompetenza umanistica e artistica? solo nei salotti talvolta la prima, ma nella società competitiva sicuramente l’altra). Niente di male nella mente sapiens, e anzi molto di bene - rispetto per esempio al disinteresse involutivo o alla istintualità regressiva - ma fino a un certo punto. Potremmo (non c’è dubbio) e dovremmo (per rispetto del potenziale che abbiamo) realizzare meglio noi stessi. Cominciando nell’affermare la pari dignità tra razionale e non razionale, cosciente e non cosciente, mentale e corporeo, esteriore e interiore, e soprattutto, cercando la compenetrazione reciproca e l’alternativa complementare dei due sottosistemi, diversi ma non antitetici. In realtà ogni facoltà personale soddisfa esigenze esistenziali ed evolutive dell’uomo, sia nel senso filogenetico (sviluppo della specie) che in quello ontogenetico (sviluppo dell’individuo); tanto le potenzialità efficaci e misurabili dell’intelletto, quanto quelle energetiche ed efficienti dell’umano. Le prime garantiscono l’affidabilità della percezione, della elaborazione astratta e della trasmissione oggettiva e “digitale”, capitalizzate dalla cultura nelle scienze, mentre le altre favoriscono la captazione della sensorialità, l’immediatezza istintiva e la sinergia “analogica” della soggettività, che divengono patrimonio della cultura con le arti. Ma sopravvivenza e progresso sono debitrici di entrambe le tendenze, come conferma la specializzazione funzionale di organi, organismi e organizzazioni nella natura, qualità che è del tutto fisiologica e non contravviene ai vantaggi dell’unificazione, poiché attivare il molteplice ravviva l’unità del sistema: come nelle funzioni complementari (qualitative e quantitative) dell’emisfero destro e sinistro del nostro unico cervello, e la rispettiva varietà degli effetti generati nella stessa mente. La soluzione alla concorrenza delle diverse capacità nell’uomo non consiste nell’esclusione o nella parzialità verso un qualsiasi potenziale (perché rinunciare a possibili risorse?) bensì nella coesistenza armonica e comprensiva di tutte le proprietà, che sappia aggregare senza antagonismi: “il tutto è più della somma delle singole parti” (Gestalt). In una parola “integrazione”: psichica, visto che parliamo di psicologia, ma che potrebbe espandersi a psico-fisica, relazionale, sociale, ecologica; l’integrazione psichica consiste nella massima disponibilità ed efficienza delle più complete dotazioni mentali, che corrisponde alla finalità implicita in ogni progetto evolutivo, perché migliora prestazioni e benessere. Sembrerebbe che l’aspirazione all’integrazione debba costituire un impegno complesso: o vago di criteri o eccessivamente da programmare, senza garanzie di riuscita e con troppe incognite e variabili. Come poter realizzare semplicemente la propria formazione personale? Come contattare l’equanimità virtuosa dell’essere integrati, senza che sia solo un fine ideale, ma un obiettivo riscontrabile? La formula da applicare potrebbe risiedere nell’”equilibrio degli opposti” - la classica virtù nel mezzo - ricercandoli fra le prerogative individuali più accessibili e rappresentative: se bilanciassimo infatti due proprietà psichiche pregnanti e contrarie del potenziale umano, questo rapporto bipolare assomiglierebbe al sistema della vita, dove ogni entità trova nella fenomenica naturale (sembrerebbe per la selezione dell’interazione adattativa) la giusta posizione. Per esempio, per sintetizzare utilmente le complete attitudini nell’esemplare umano proviamo a comporre le facoltà della riflessività e della sensibilità: questa combinazione di polarità selezionate genera la capacità dell’intuizione, che è una forma di conoscenza semicosciente, esplorativa e anticipativa, che ricostituisce proiettivamente il tutto attraverso l’interpretazione conveniente di una sua parte. Se per la scienza ottica la tinta del bianco - che rappresenta la totalità del potenziale cromatico visibile - può realizzarsi con l’unione di due soli specifici colori che siano opposti e complementari nello spettro elettromagnetico della scomposizione della luce (per es. rosso e verde, o blu e arancione, o giallo e viola) anziché con la somma dei colori dell’iride, perché non tentarlo con lo psichico? A noi il risultato empirico; la differenza è qui: fra l’essere vivi inconsapevolmente, e l’essere vitali consapevolmente; fino ad essere, o a voler diventare, “vitalistici”, equilibratamente e stabilmente. Perfezionare la sensibilità può divenire particolarmente l’esito intenzionale delle personali relazioni affettive e dell’esperienza sociale nelle arti, che possono completare la costituente umana più vitale e coinvolgente, tanto più essenziale quanto più estesa e ignota a noi stessi: quell’oceano profondo che avvolge le poche terre emerse del pianeta mente, e, se il corpo è formato soprattutto di acqua, lo psichico è costituito dalla liquidità ineffabile delle sensazioni, dell’estetico e del mimetico, dove camminare è impegnativo ma possibile, dopo essersi immersi e voler navigare. “Rari nantes in gurgite vasto” ci raffigura Virgilio, ponendoci “in onda” (sull’acqua) e “in-ondati” (dall’acqua). Integrazione significa - ulteriormente - essere non solo l’onda (dell’acqua), ma…l’acqua (dell’onda) |
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