La paura è dietro l’angolo..
Di Concettina Elia
Spray al peperoncino, porto d’armi, sbarre alle finestre, cani da guardia, antifurti di ultima generazione, basteranno agli abitanti della società contemporanea per sentirsi protetti? Ciò che risulta evidente è che nessuna epoca storica sia mai stata contrassegnata per assoluto senso di sicurezza da infondere ai diversi popoli che l’hanno abitata; vecchie paure (essere vittime di furti, di sequestri, di molestie, ecc) si sommano a quelle più moderne che emergono al palesarsi di fenomeni nuovi: basti pensare all’immigrazione e alle paure connesse alla possibilità che lo straniero sia portatore di malattie, microcriminalità e ancor peggio, dopo gli attentati dell’11 Settembre, di terrorismo. La paura del “diverso” non è certo fenomeno nuovo; tutto ciò che è dissimile a noi produce un senso di smarrimento iniziale che si tramuta nell’emozione della paura. E’ un istinto primordiale innato per tutte le specie viventi e costituisce una strategia adattiva atta a mettere in guardia da eventuali attacchi e quindi necessaria per la propria sopravvivenza. Nonostante l’uomo moderno non debba più preoccuparsi di eventuali attacchi di coccodrilli alla riva dei fiumi né di quelli di tigri nella giungla, questa strategia di sopravvivenza si è mantenuta immutata nel nostro dna e viene attivata in situazioni che a noi sembrano ambigue e quindi fonte di eventuale pericolo per la nostra incolumità. Già in secoli diversi dal nostro si cercava di difendere non solo se stessi ma l’intera comunità in cui si risiedeva attraverso le cinte murarie che costeggiavano il perimetro della città, stabilendo chi aveva il diritto di stare dentro e chi fuori. I confini erano ben demarcati. Di certo, oggi, l’apertura delle nostre società fuori dei confini nazionali, geografici, etnici, politici, non ci consente di avere nette linee di demarcazione fra ciò che è dentro e ciò che è fuori, fra amico e nemico, ma i confini risultano più fluidi, meno nitidi, e quindi maggiormente ambigui. Anche se le città contemporanee sembrano un crocevia di culture, popoli, etnie più o meno integrate e coabitanti, in realtà gli individui cercano di preservare se stessi e la comunità a cui sentono di appartenere mantenendo una prossimità fisica, costruendo quartieri per ricchi dove l’accesso è limitato dalla presenza di sorveglianti e quartieri per poveri il cui accesso è invece soggetto a leggi delle gang del posto, oppure quartieri i cui abitanti hanno una medesima provenienza nazionale (si pensi a Little Italy a New York, o ai diversi quartieri cinesi nati in un po’ tutte le grosse città del mondo occidentale). Ma, come risulta evidente, ghettizzarsi in quartieri i cui abitanti sono a noi più simili non è di certo fonte di sicurezza. Si moltiplicano così impianti di allarmi per le abitazioni, sbarre ed inferriate per le aperture, portoni blindati, per non parlare del moltiplicarsi di richieste per il porto d’armi (che non siano ad uso caccia). Nemmeno questo basta ad infondere sicurezza nelle nostre città; prima o poi si dovrà affrontare anche il mondo fuori dalla propria casa e dal proprio quartiere ed è qui che le cose si complicano: basterà andare in giro con spray urticanti o coltellini (la cui legittimità di possesso e di utilizzo risulta ampiamente ambigua) o frequentare corsi di autodifesa? Certamente no se vengono dirottati due aerei e costretti a schiantarsi contro due grattacieli, se viene piazzata una bomba in una stazione della metropolitana, se un estremista o meglio un esaltato qualsiasi si alza una mattina e recandosi in giro per la propria città nei luoghi più affollati possibile decide di sterminare quasi un centinaio di propri connazionali e poi si consegna alla polizia col sorriso sulle labbra. Tutto questo la dice lunga sull’efficacia degli svariati sistemi che utilizziamo per proteggerci e sull’efficienza dei controlli nelle nostre nazioni. Se da una parte episodi simili portano a periodi in cui è alta la psicosi connessa alla possibilità di essere attaccati in casa propria portando un sociologo di fama internazionale come Ulrich Beck a parlare della nostra come della “Società del rischio”, dall’altra ci si rende conto che un uso pervasivo dei controlli avrebbe lo stesso effetto di sortire il crescere della sospettosità, spettro della paura, che alimenterebbe ancor più il distacco e la diffidenza fra gli individui. L’unica strategia possibile oggi sembra tenere alta l’attenzione su ciò che ci risulta ambiguo, fuori posto, fonte di eventuali pericoli per noi stessi, senza farsi prendere dalla psicosi del nemico dietro l’angolo: pensiamo a chi, dando conto a chi diceva che uno dei possibili bersagli per attentati terroristici postumi all’11 Settembre sarebbe stata Roma o più nello specifico la Città del Vaticano si è ritrovato a prenotare gite turistiche a Madrid o Londra nei due diversi periodi in cui sono poi avvenuti gli attentati!