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L'INFORMAZIONE FUORI DAGLI SCHEMI |
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I FILM RECENSITI PEER VOI
di Lucio Briziarelli e Paola Tampone The Three of Life L’arrivo dell’estate inviterebbe a scrivere di mare, amori stagionali, viaggi fino alla fine del mondo e di tante rassegne e festival che animeranno il nostro bel paese nei prossimi mesi; ma una serata passata in un cinema d’essai, mi porta invariabilmente da un'altra parte … indietro nel tempo e nello spazio. Cannes, 22 maggio 2011. La Palma d’Oro come miglior film va a The Three of Life di Terence Malick. Un film che non è semplicemente un film, ma un’opera trascendentale, che va al di là del cinema e si serve del potere evocativo ed emozionale delle immagini (e della narrazione) per interrogarsi sul senso dell’esistenza. La trama è presto riassumibile: un architetto insoddisfatto (Sean Penn) nel recarsi al capezzale della madre morente (Jessica Chastain) compie un viaggio metafisico oltre la morte e indietro nella memoria, a quando, ragazzo, era diviso tra gli insegnamenti della madre e quelli opposti del padre (Brad Pitt). Ma nella narrazione ellittica e frastagliata di Malick, l’esperienza di Jack si innesta in un affresco di grande potenza in cui il regista riflette sulla vita in senso lato, dove trovano il loro spazio digressioni sull’origine dell’universo, la nascita della vita sulla Terra, la lotta per la sopravvivenza combattuta da piante e animali nel corso dei millenni. Non si può dire certo che ci si trovi di fronte a qualcosa di totalmente nuovo ma resta l’indubbia capacità di Malick di guardare il mondo con meraviglia e di meravigliare lo spettatore tramite un montaggio emozionale e scelte visive di rara bellezza. Un film che nel vociare degli ultimi mesi doveva riscrivere la storia del cinema e forse non ci riesce, ma che ha in sé il potere di rinnovare il senso della visione degli spettatori che probabilmente – almeno per chi scrivi è così – proveranno la stessa emozione che provarono quando da bambini si trovarono per la prima volta nel buio di una sala cinematografica. L’unico rammarico che rimane è che un’opera di tale portata e vincitrice di uno dei premi più importanti a livello globale non si sia vista nelle sale del nostro territorio (prese d’assalto da blockbuster come Pirati dei Caraibi e Una notte da Leoni 2), fatta eccezione per il cinema Zenith che, ormai unico cinema del centro di Perugia, continua a resistere e a battersi per proporre un cinema di qualità. Di Lucio Briziarelli Limitless Un tempo si credeva che una pillola, annebbiando la mente, potesse aiutare solo a divertirsi in modo più sfrenato in discoteca. Ma quella di Limitless è una pillola diversa, speciale, che invece di confondere la mente umana la rende infinitamente più potente, capace di catalogare e immagazzinare in modo ordinato tutti i dati che ha memorizzato e di associarli al momento opportuno nel modo più fruttuoso per ottenere sempre il risultato migliore. Il film è una simpatica metafora di quello che oggi, nell’era del fast-food, si vorrebbe che fosse il successo, ovvero qualcosa che si conquista senza sforzi, senza gavetta, senza umiliazioni, senza momenti di sconforto. Peccato che, nel XXI secolo, i risultati si ottengano ancora col lavoro e i sacrifici. Così, questo fanta-thriller si risolve in una sequenza infinita di viaggi nella mente umana, capace di macinare un’infinità di dati senza fatica, di vedere il mondo in una visione multidimensionale, e dunque ultrapotenziata. Ma il resto del mondo procede purtroppo ad un ritmo diverso, molto più lento, e la dipendenza da questo tipo di droga rende il protagonista addirittura più vulnerabile di qualsiasi altro uomo. Un film che, pur partendo da un’idea originale, tradisce le aspettative del pubblico, poiché si risolve in un thriller poco appassionante, ma si salva in corner, risparmiandoci almeno un finale moralistico. Di Paola Tempone Mr. Beaver ( The Beaver, USA, 2011), di Jodie Foster. Con Mel Gibson, Steven Weisz, Anney McKilligan, Brett McClelland, Bill Massof, Kayla Ayler-McCormick, John Bernhardt, Lorna Pruce, Jeff Corbett, Paul Hodge, Jodie Foster, Kelly Coffield Park, Kris Arnold, Michelle Ang, Zachary Booth, Anton Yelchin, Jennifer Lawrence e Riley Thomas Stewart. Con circa un secolo di ritardo rispetto al nostro Pirandello, sembra che anche in America si siano accorti dell’esistenza delle molteplici maschere che l’uomo indossa per affrontare la vita, per sfuggire alla realtà opprimente, al ruolo sociale che gli viene imposto, o per colmare quello scarto irriducibile che esiste fra quello che vorremmo essere e quello che dobbiamo essere. Nel film di Jodie Foster, metafora dello sforzo (nella realtà spesso purtroppo inutile) dell’uomo di sfuggire al grande male oscuro della depressione, l’alter ego del protagonista (Walter Black, presidente di un’affermata compagnia che produce giocattoli sull’orlo del fallimento, abbandonato anche dalla famiglia, che non riesce più ad arginare la malattia che lo sta divorando) assume le fattezze di un castoro, Mr. Beaver, una marionetta di pezza, cui il protagonista, in un raptus di autolesionismo che sta per condurlo al suicidio, dà vita, facendolo parlare con una voce remota, quella che proviene dal suo subconscio, e che lo aiuta a riprendere in mano la sua vita. Walter Black risolleva in pochissimo tempo le sorti della sua azienda e ricuce in parte il legame con la sua famiglia, senonché, ad un certo punto, appare chiaro che Mr. Beaver, il castoro che dà una voce nuova al nostro protagonista, è un soverchiatore: l’alter ego ha preso il sopravvento sull’ego del protagonista, e (forse non a caso) come un vero castoro, gli sta rosicchiando progressivamente la sua vera personalità. Il film prende spunto da un problema serio e attuale ormai da molto tempo, quello del male oscuro, la malattia della civiltà del benessere, che non trova le sue cause se non negli abissi della mente umana, forse non più stimolata, come in altri momenti della storia dell’uomo, dalla molla del bisogno e della necessità. L’escamotage del pupazzo dà vita ad una serie di scene che vedono Mel Gibson impegnato in una prova davvero complessa: l’attore, recitando come un ventriloquo, attraverso lo scambio di battute fra Walter Black e il castoro, cerca di interpretare lo sdoppiamento di personalità tipico del disturbo bipolare e schizofrenico del protagonista. Tuttavia, rappresentare in termini ‘fisici’ tale disturbo mentale pone il regista e Gibson di fronte a non poche difficoltà, e il film scivola spesso (credo involontariamente) nel comico e nel grottesco. Di Paola Tempone |
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