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Il Referendum del 12 – 13 giugno

di Luca Briziarelli


Costituzione alla mano, i referendum rappresentano la massima espressione della sovranità popolare, uno strumento di democrazia diretta che permette addirittura di confermare o cancellare ciò che i propri rappresentanti hanno deciso. Ma, come spesso succede, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare di impedimenti e forzature che la politica ha saputo sfornare per limitarne e spesso stravolgerne il senso. Dopo una prima serie di quesiti decisamente sentiti (divorzio, ergastolo, aborto, nucleare), il Referendum è diventato negli anni uno strumento di visibilità per le minoranze organizzate come il partito radicale (che ne ha decisamente abusato) o un’arma di lotta politica, come nel caso dei referendum contro le tv commerciali proposti nel 1995. Dai grandi temi si è passati a decine di quesiti sempre più tecnici e scarsamente sentiti che non hanno più raggiunto il quorum del 50%, sia per la disaffezione crescente nei confronti della politica che per la tecnica di invitare all’astensione adottata sempre più spesso da chi avversa il referendum. Quello che sta avvenendo in vista del 12 e 13 giugno non fa eccezione: i referendum proposti trattano temi importanti, la presenza del privato nella gestione del servizio idrico, il congelamento dei processi a carico delle massime cariche dello Stato per la durata del mandato e il ritorno al nucleare. Purtroppo però le questioni non sono affrontate proponendo alternative concrete, i quesiti sono agitati come una “clava” contro l’avversario politico di turno chiedendo apertamente di trasformare il voto in una “sfiducia” al Governo. Proprio questi elementi, insieme all’ondata di emozione seguita all’incidente di Fukushima, permetteranno probabilmente di raggiungere il quorum del 50%, ma non risolveranno il problema di fondo, quello di ripensare gli strumenti di democrazia diretta nell’epoca della tecnologia. Tutti noi pensiamo che l’accesso all’acqua sia un diritto, ma non basta dire “no” al privato, occorre proporre un’alternativa che assicuri gli investimenti necessari e una gestione efficiente della rete di distribuzione. Allo stesso modo si può dire “no” al nucleare, ma si ha l’obbligo di indicare delle alternative e di spiegare ai cittadini che gli incidenti seri sono di portata planetaria e che, quindi, la rinuncia all’atomo fatta in Italia non mette al sicuro nessuno. Cosa fare allora? riscoprire e potenziare strumenti come le proposte di legge di iniziativa popolare, che non si limitano ad offrire una scelta nei termini di un “si” o di un “no” ad una proposta voluta da “altri”, ma permettono ai cittadini di “dire la propria” su un qualsiasi argomento direttamente e compiutamente.


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