La Riforma fiscale
Di Luca Briziarelli
Consapevole della necessità di rilanciare l’azione di Governo e di abbandonare (almeno per il momento) il chiodo fisso della Riforma della Giustizia, il Presidente Berlusconi si è buttato a testa bassa in una nuova campagna (mediatica) per la riduzione della pressione fiscale. Una Riforma, questa sì, attesa e agognata dagli italiani e da sempre cavallo di battaglia del centrodestra. Nonostante il Cavaliere sia determinato come non mai a raggiungere questo sacrosanto risultato, la possibilità che ciò avvenga nei tempi e nell’entità ventilata appaiono francamente scarse. Se la determinazione del Presidente è forte, non meno forti sono le difficoltà legate al tasso di indebitamento del nostro Paese e alla necessità di mantenere fede agli impegni assunti in sede europea. Tutte difficoltà che Giulio Tremonti, super Ministro dell’economia, non perde occasione di ricordare, anche in modo ruvido, al Presidente del Consiglio. Forte di una credibilità e di un gradimento a livello internazionale che nessun Ministro della storia recente può vantare, Tremonti, già abituato a trattare dall’alto in basso i colleghi ministri (l’ultimo malcapitato è stato il collega Brunetta che si è beccato del “cretino” addirittura in conferenza stampa) si permette di sfidare da mesi il Presidente del Consiglio sottolineando come i soldi per correggere i conti pubblici e contemporaneamente ridurre la pressione fiscale non ci siano. Punto e basta. Fino ad ora i fatti hanno dato ragione a Giulio, e se l’Italia non ha fatto la fine della Grecia è sicuramente merito della sua politica intransigente sulla tenuta dei coti pubblici. Che fare allora? L’attacco degli speculatori a cui abbiamo assistito in questi giorni non lascia presagire nulla di buono, l’unica possibilità che assicuri un futuro al nostro Paese è adottare scelte coraggiose, aggredendo quella parte di spesa pubblica improduttiva e spesso clientelare che rischia di trascinare sul fondo l’intero sistema Paese, e aumentando contemporaneamente la qualità dei servizi erogati dallo Stato nel suo complesso. Lo scandalo più grande, che è sotto gli occhi di ognuno di noi, non è infatti il livello di pressione fiscale in sé, ma il livello di pressione fiscale in rapporto alla quantità e alla qualità dei servizi che i cittadini ricevono “in cambio”. Perché, è bene ricordarlo, le tasse che ciascuno di noi è chiamato a versare dovrebbero essere il nostro contributo per quei servizi e non qualcosa di dovuto in virtù di non si sa quale diritto dello Stato nei confronti del cittadino.
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