‘Terrorizzare’ è un verbo che non ha passato
Di Federica Mastroforti
Il terrorismo di oggi viaggia comodamente seduto su megabyte e messaggi istantanei di blackberry. È quanto afferma il Corriere della Sera riguardo i giovani protagonisti degli scontri a Londra, i quali comunicano le zone da attaccare attraverso i blackberry, si organizzano via facebook o twitter e poi agiscono. Sono rabbiosi, si sentono traditi dalle autorità, e quel che è peggio, non ne riconoscono nessuna. Il terrorista per definizione, è colui che si crea un’altra realtà in cui vivere, un sistema di valori contrapposto a quello dominante e condiviso nella società. Egli ha una visione del mondo apocalittica, tutte le ingiustizie sociali di cui si sente vittima finiranno prima o poi, sta a lui accelerare il processo di distruzione di questo mondo. Si sente un missionario nel giusto in un mondo di miscredenti. Tutti intorno a lui, tranne i suoi compagni, sono colpevoli di non reagire ai soprusi dell’autorità (qualsiasi essa sia a cominciare dallo Stato), persino gli indifferenti sono da condannare, poiché non si schierano né con il Bene, né con il Male. Certo, esistono tanti tipi di terrorismo, ma il Terrore, quello vero, è uno solo. La paura, come arma di governo, nasce in Francia, con Robespierre. Secondo l’autorevole opinione dello storico Guglielmo Ferrero, l’uso del terrore come forma di governo produce un circolo vizioso in cui il dittatore diventa dipendente: si ha sempre più bisogno di terrorizzare per mantenere il potere, si abusa della paura poiché si è consapevoli di essere al comando, non per legittimo consenso del popolo, bensì per aver usato la forza. Terrore alimenta terrore, quindi. Per quale motivo voi scegliereste di terrorizzare qualcuno? Io lo farei, non per il puro gusto di farlo, ma perché ho paura io per prima di essere attaccata e quindi cercherei di neutralizzare il mio “nemico”. Ebbene, questo mio articolo non vuol essere di certo un’apologia del terrorismo, ciò che accade ora a Londra ci allarma tutti, la strage di Utoya ha dell’inimmaginabile, l’11 settembre ha squarciato il cuore di tutti gli americani e del mondo. Dietro tutto questo, c’è una paura tutta umana, che non ha niente a che fare con blackberry e messaggi via facebook. I soggetti responsabili di queste tragedie, sociologicamente parlando (eccezion fatta per gli islamici che hanno una prospettiva “di guadagno” di un posto in paradiso) sono terrorizzati dal mondo circostante. Sono emarginati, privi di ogni comunicazione con l’altro, con un io debole che è stato fatto a pezzi e poi ricostruito con nuovi contro-valori. Le brigate rosse, i militanti di Prima Linea, protagonisti passati del capitolo oscuro dello stragismo nel nostro paese, non sono da meno. I brigatisti, diventano tali perché esclusi, sbattuti fuori da una società cambiata, quella del post-boom economico italiano (1958-1963) e che non vogliono accettare. Figli di contadini emigrati, senza un futuro se non quello di essere impiegati e sfruttati dai “porci borghesi” e dallo Stato, non vedono altra via che combattere, sacrificando loro stessi, una realtà che non vogliono riconoscere. E lo Stato? Assente. Non si accorgeva dell’insofferenza sociale che devastava il proletariato. Ma oggi, di fronte a quanti esprimono la loro frustrazione silenziosamente, di fronte alla noncuranza delle autorità, mi domando: cosa sarebbe successo se le Brigate Rosse avessero avuto facebook?