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UMBRIA JAZZ

Testo di Paola Tempone – Foto di M. G. Galli


Umbria Jazz è per me Tutto il contrario di quello che vorrebbe essere: è pensata come un festival internazionale, come un’occasione per Perugia di ospitare artisti provenienti da tutto il mondo e diventare, anche se solo per dieci giorni, la capitale indiscussa di quel genere musicale che rappresenta di per sè una sintesi della cultura musicale africana e di quella europea. A luglio, secondo molti, Perugia diventerebbe la nuova New Orleans, uscendo definitivamente dalla dimensione provinciale che troppo spesso la opprime e la soffoca. Ma per me non è così. Adoro quando arriva Umbria Jazz, perché è il momento in cui Perugia si riappropria di se stessa. Delle sue piazze, dei suoi angoli nascosti, dei suoi vicoli, del giorno e della notte, dell’entusiasmo che animava quegli stessi spazi nelle notti d’estate di cui ci parlano nostri nonni. Umbria Jazz è per me una grande festa paesana, la festa del patrono di una città che non è più religiosa, il rituale in cui ci si ritrova tutti quanti in centro, in cui, per le strade, non si sente più quel silenzio rotto da qualche urlo di spacciatori che litigano e di ubriachi che lamentano la loro solitudine. C’è festa, ci sono ragazzi di tutte le età, e ogni angolo della città è vivo. Si fatica ad arrivare da un capo all’altro di Corso Vannucci, si studiano percorsi alternativi, una sorta di circolazione periferica che fa scoprire soprattutto a chi non conosce bene Perugia nuovi scorci di questa splendida e misteriosa città. In via dei Priori alle due di notte si può sentire il profumo dei cornetti che sforna l’Accademia, una fragranza dolce e intensa che ci accompagna fino a San Francesco al Prato. Quando a Perugia c’è Umbria Jazz, ogni spazio si conquista a fatica, non si trova parcheggio, non si riesce a trovare un posto a cena prima di mezzanotte, ma si respira un entusiasmo nell’aria che poco ha a che vedere con un festival internazionale della musica, e che molto assomiglia invece alla frenesia di quei sabati del villaggio che ci raccontano i nostri nonni, di quelle feste di paese che costituivano le uniche occasioni in cui i ragazzi potevano invitare a ballare le ragazze. In quei giorni Perugia si anima, brilla di luce propria, ma l’ospite di eccezione di questa kermesse non è il Jazz. È la città, che vive, si illumina, conosce quella vitalità che lo spopolamento del centro storico le sta man mano sottraendo. Purtroppo, finiti quei giorni speciali, Perugia ritorna silenziosa, e cade in un sonno profondo, per essere risvegliata, come la Bella Addormentata, solo un anno dopo. È come una maledizione, che la costringe a risvegliarsi solo per pochi giorni a Luglio. Finiti quei dieci giorni, Perugia ricade nel suo sonno di provincia, e con lei tutti i suoi abitanti.


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